martedì 13 ottobre 2009

Liberi?

"Vi sono dehli specialisti che studiano sistematicamente le nostre debolezze e vergogne nell'intento di influenzare più efficacemente il nostro comportamento". Così scriveva nel 1957 il giornalista americano Vance Packard, mettendo in guardia dalla "scienza della manipolazione di massa" che stava prendendo piedi in quegli anni, ovvero un insieme do tecniche psicologiche volte a condizionare comportamenti, opinioni e gusti di tutti noi. Oggi, a più di cinquant'anni dalle inquietanti "profezie di Packard" potremmo tirare un sospiro di sollievo e dire che i suoi timori erano infondati e magari un po' paranoici, che non è mai nata una classe di "manipolatori occulti" che guida le masse, ma ne siamo proprio sicuri? La domanda da porci è: siamo sul serio liberi o su di noi agisce un potere subdolo e invisibile?
Pensiamo alla pubblicità (la più immediata applicazione della scienza della manipolazione di massa) e di come essa, senza neanche rendersi conto, riesca a influenzarci e a spingerci verso certe scelte. Ma questa inquietante realtà non si limita alla semplice influenza nella scelta di un prodotto, va ben più in profondità, va a toccare il nostro stesso modo di pensare. Pensiamo alla mentalità imperante del cosumismo, alla logica del "avere più importante dell'essere", ai simboli di "status", alle mode, sono tutti prodotti di una serie di sottili messaggi che giungono da più parti e in particolar modo dalla televisione, da sempre il mezzo preferito di chi vuol far passare inconsciamente certi messaggi.
Fin dall'infanzia ci vengono quotidianamente propinati messaggi, più o meno palesi, che ci educano ad essere ciò che la società vuole che siamo, ovvero dei consumatori, prima clienti che esseri umani. La strategia sta tutta nel far nascere dei bisogni, o meglio, riuscire a fare apparire il ciò che è di fatto superfluo e inutile come necessario. Siamo talmente talmente asuefatti a questo tipo di influenza che non ci accorgiamo nemmeno di quanto sono superficiali questi "bisogni indotti". Ed è esattamente quello che vogliono da noi: il culto del superfluo, la vittoria dell'apparire sull'essere.
Quello che mi chiedo io è: ma finchè qualcuno fa qualcosa solo per seguire una moda può definirsi libero?